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  MALI, CRONACA DI UN GOLPE ANOMALO E DI UNA GUERRA CIVILE CHE SPACCA IL PAESE IN DUE



©Infinito edizioni 2012 – Si consente l’uso libero di questo materiale citando chiaramente la fonte

La nostra casa editrice ha pubblicato il libro La trappola, di Clariste Soh-Moube, da pochi giorni in libreria. L'autrice, ex aspirante migrante in Europa respinta a Ceuta e Melilla, vive in Mali, Paese da poche settimane oggetto di un colpo di Stato di cui in Italia non si parla affatto, ma che ha implicazioni molto serie che riguardano l'Europa, e in particolare la Francia.

Con l'aiuto di Clariste, Max Hirzel, il traduttore de La trappola, ha scritto due articoli sulla situazione in Mali, descrivendo una situazione molto particolare. E raccontando di un Paese che è schierato, almeno in parte, dalla parte dei golpisti. Con l'articolo di oggi e di domani cerchiamo di raccontarvi questa situazione, nella speranza che la stampa nazionale non si dimentichi del Mali e della sue gente.

di Max Hirzel

Sono le 4,00 di mattina del 22 marzo a Bamako, capitale del Mali, quando il capitano Amadou Haya Sonogo, a capo della giunta golpista, annuncia dalla radio-televisione di Stato la presa del potere, la deposizione del Presidente Amadou Tourani Touré (detto ATT) e la sospensione della Costituzione. Le ragioni del golpe sono elencate nel comunicato: “Considerata la notoria incapacità del regime di gestire la crisi nel nord del Paese; l'inerzia del governo di dotare di mezzi adeguati le forze armate per svolgere le loro missioni; il rischio di disgregazione dell'unità nazionale; (…) il CNRDR (Comité Nationale pour le Redressement la Democratie et la Restauration de l'Etat) ha deciso di assumersi le sue responsabilità mettendo fine al regime incompetente e rinnegato di ATT”.

Il golpe ha origine dalla guarnigione di Kita, a pochi chilometri dalla capitale; città di militari e relative famiglie, che da giorni accusavano il regime di aver mandato al massacro i giovani dell'esercito, senza adeguati mezzi per far fronte al movimento di ribellione nel nord del Paese. Particolare risentimento aveva suscitato nel Paese il massacro di Aguelhok, a ottanta chilometri da Tessalit, dove il 24 gennaio circa 80 militari erano stati freddati dalle forze di Ançar Dine, stando alle informazioni pervenute. Per prime madri e mogli dei militari avevano marciato fino al palazzo presidenziale per pretendere risposte.

Non è comunque una giunta che mostra i muscoli, da subito Sonogo chiarisce di non avere nessuna pretesa di confiscare il potere, ma al contrario di volerne facilitare la più rapida restituzione “a un presidente eletto democraticamente, non appena l'unità nazionale e l'integrità territoriale saranno ristabiliti”.

Le reazioni sono rapide: dall'esterno arriva l’immediata condanna di Bruxelles così come della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale), che convoca un summit ad Abidjan il 27 marzo. Meno dura la Francia, che attraverso il ministro degli Esteri Alain Juppé si limita a raccomandare il rispetto della data del 29 aprile per le elezioni presidenziali.

A Bamako nasce da gruppi della società civile il “Movimento 22 Marzo”, in appoggio alla giunta e contro l'interventismo esterno della CEDEAO e dei suoi Stati, visti come sudditi dei Paesi occidentali; nei giorni successivi si registrano scaramucce tra pro e anti giunta.

Il 29 marzo una delegazione della CEDEAO viene respinta all'aeroporto da una manifestazione in sostegno al golpe e contro qualsiasi intervento esterno; il 2 aprile la CEDEAO decreta embargo e sanzioni, sia contro i ribelli sia contro il nuovo governo, anche se la giunta si scusa per l'accaduto del 29 e invia i delegati della CEDEAO a Ouagadougou per dichiarare la volontà di ripristino dell'ordine costituzionale e a testimonianza della volontà di dialogo, soprattutto con gli Stati vicini di cui invoca l'aiuto contro i ribelli del nord.

All'interno del Paese il movimento ribelle, rinforzato da armi e uomini provenienti dalla Libia, approfitta del vuoto e di un esercito allo sbando: il MNLA (Movimento Nazionale per la Liberazione dell'Anzawad), storico gruppo indipendentista tuareg e laico, affiancato dal gruppo salafita Ançar Din del capo tuareg Iyad Ag Ghaly, da membri dell'Aqmi (Al-Qaïda Al-Maghrib Islamique) e, stando a un'ultima rivendicazione, dai dissidenti ex-Aqmi del Mujao (Mouvement pour l’unicité et le jihad en Afrique de l’Ouest), occupa in rapida progressione Kidal, Gao e, il 1° aprile, Timbouctou, le tre principali città del nord. Il Paese è diviso in due; dall'inizio degli attacchi (17 gennaio) si calcolano oltre 200.000 cittadini sfollati, parte verso i Paesi vicini, parte verso il sud del Paese. Secondo testimonianze telefoniche da Gao e Timbouctou riportate da media maliani tra il 4 e il 5 aprile, il nord è nel caos: si registrano atti di vandalismo, stupri, saccheggi in case e uffici pubblici, furti sistematici ai veicoli in transito, negozi chiusi e  mercati inesistenti.

Il 6 aprile il MNLA proclama la nascita dello Stato indipendente dell’Anzawad, dichiarando di voler rispettare le frontiere degli Stati confinanti e l'adesione totale alla carta delle Nazioni Unite, e invoca il riconoscimento da parte della comunità internazionale. In aggiunta al secco rifiuto, la CEDEAO risponde con la minaccia “dell'utilizzo di qualsiasi mezzo per ripristinare l'unità territoriale del Mali”.

Lo stesso 6 aprile la giunta annuncia l'avvenuto accordo con la CEDEAO: in base all'articolo 36 della Costituzione maliana, verrà nominato presidente ad interim il presidente dell’Assemblea nazionale – Dioncounda Traoré, già giunto a Bamako l'8 aprile – e a breve un nuovo primo ministro, a capo di un governo di transizione incaricato di organizzare le elezioni. Lo stesso 8 aprile la CEDEAO dichiara il ritiro dell'embargo contro il Mali.



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