Un paesino sulla Drina, una minaccia terribile, gli echi di un genocidio, il tempo lungo e indefinito del dopoguerra bosniaco; un nipote e suo zio che si districano tra passato e presente, s’inoltrano nei terreni dei rancori famigliari, intrecciano guerra e amore, verità e dubbio, passeggiano attraverso le follie di un popolo inebetito, cristallizzato nell’incubo del conflitto.
Questo il nuovo lavoro dell’autrice di “Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica”, in cui camminando sul filo incerto che divide il nazionalismo e la memoria, sulle tracce di eroi costruiti, menzogne celate e vite stroncate, i due protagonisti scavano per trovare risposte al loro bisogno di Storia.
8 aprile 1992. Ore 13:45. Telegiornale della Bih tv, in diretta da Višegrad. In studio il generale dell’esercito popolare jugoslavo, Milutin Kukanjac, e il presidente della Bosnia, Alija Izetbegović, in linea con Fuad
Il generale: «Non farlo Fuad! Ti prego!» Fuad: «Vai a pregare il capitano che bombarda!» Il generale: «Chi bombarda?» Fuad: «Borko!» Il generale: «E chi è?» Fuad: «Il capitano della prima fazione di Višegrad!» Il generale: «Da dove bombarda?» Fuad: «Dalla vostra postazione!» Il generale: «Adesso controllo. Non mi è noto questo fatto...» Fuad: «Ma se mentre sono qui sdraiato per terra lo sto guardando!... Cosa vuoi controllare?» Il generale: «Fuad, nessuno può bombardare la diga. Non si può e non si deve!...» Fuad: «Ma non deve nemmeno colpire la città!» Il generale: «Fuad, senti, lascia stare questa follia. Tante persone innocenti morirebbero». Fuad: «Ah, così invece muoiono solo musulmani». Il generale: «No, fratello. Purtroppo muoiono tutti. Dai, Fuad, evitiamo l’evitabile». Fuad: «Io sarò un criminale di guerra, dopo. Ma tu lo sei già! Sei peggio di me: potevi evitare tutto questo tre giorni fa». Il generale: «Cosa?!» Fuad: «Se tu avessi voluto, avresti potuto evitare tutto». Il generale: «Ma sto cercando di evitare il più possibile...» Fuad: «Allora fa’ che si smetta di sparare dalla tua postazione!» Il generale: «Va bene, va bene! Adesso controllo...» Fuad: «Non c’è nulla da controllare. Migliaia di cittadini vedono tutto...» Il generale: «Fuad io controllo, ma tu non far saltare la diga!» Fuad: «Io non la faccio saltare se smettono di cadere le granate» Il generale: «Non farlo! Pensa almeno ai musulmani!» Fuad: «Tanto, sgozzati o nella Drina è uguale…» Il generale: «Non farlo!!» Fuad: «Tu di' ad Arkan di non sgozzare la gente! E non a me di non far esplodere la diga».
Rumore di voci che si consultano mentre il generale se ne va a “controllare”. La voce del presidente si leva decisa: «Non fare nulla, Fuad! Ascoltami! Rimani lì fermo, non fare nulla!»
Fuad: «Presidente, ti ascolto ora, ma se non mantengono la promessa, non ti ascolterò mai più!»
Il presidente: «Se non mantengono la parola, la colpa non sarà tua. Se vogliono possono fare tutto. Possono fermare tutto questo. Adesso aspettiamo. Non è ancora ora! Ci vuole un po’ di tempo, il generale deve andare là, avvisare... Ci vuole tempo! Non fare nulla!»
Il collegamento si chiuse così. Il papà si alzò, accese una sigaretta e con voce neutra disse: «Questo qui non ha niente. Ha più paura di noi. Hai sentito che voce tremante e piagnucolosa. Non sa nemmeno cos’è la dinamite».
Lo disse guardando la mamma, ma lei fissava lo schermo con aria assente, senza nemmeno battere ciglio. Pensava. Chissà cosa pensava con quello sguardo.
Sempre senza spostarsi, si tolse l'asciugamano dalla testa, lasciando cadere i capelli lunghi e neri sulla schiena. Scosse leggermente la testa e si alzò, come arrabbiata con mio padre, come se fosse tutta colpa sua quella storia al telegiornale. A volte faceva così; se le doleva la testa, se la prendeva con il papà. Se io avevo il raffreddore, guardava male lui, e il papà abbassava la testa, si ingobbiva e si comportava come se la colpa fosse davvero sua. Da sempre la mamma è stata quella più forte in casa, quella che più mi fa ridere, quella che urla di più, che decide tutto. Papà sembrava essere felicemente compiaciuto d’essere comandato.
«Papà, quello è il ponte che piace tanto a me, vero?» chiesi io, rompendo il silenzio. «Sì, sì, è quello». «Non lo distruggerà, vero?» «Ma figurati. È uno che vuole spaventare gli altri in modo che non cominci la guerra, ma non ha la dinamite. Poi non lo farebbe mai: è il ponte del nostro Ivo Andrić». «Allora è un eroe? Vuole salvarci tutti?» «Sì, una specie di eroe...» «Quindi è buono? Non c'è da avere paura?» «Zlatan, non lo so se è davvero buono. Non so chi sia, e di questi tempi bisogna temere tutto e tutti…» «Ma la guerra non comincerà?» «Credo di no». «Ma se il ponte non salta, la guerra comincia? Oppure se salta comincia?» «Non comincia in nessun caso». «Allora perché lui minaccia?» «Oh Zlatan, la gente è impazzita. Non vedi che son diventati tutti pazzi? Tutti che scappano. Non c’è più cibo da comprare, niente che funzioni, tu non vai più a scuola... Sono tutti pazzi!...» «Ma allora...» «Sssstttt! Basta adesso, dai».
Ero seduto per terra ad allineare le mie barche sull'ipotetico fiume che era la striscia blu del tappeto. Alzai lo sguardo verso papà. Mi era venuta in mente una cosa terribile e gli chiesi: «E se Fuad ce l'avesse, la dinamite?»
Papà non rispose, non mi sentì, stava già guardando un altro telegiornale. In realtà le risposte del papà riguardo la guerra non mi convincevano molto. Sembrava dicesse cose così per dire, incredulo pure lui di quello che vedeva intorno a sé. E poi comunque mi trattava ancora come un bambino. Invece io avevo già 13 anni e mi dava spiegazioni come ne avessi 7. E chiamava il ponte di Višegrad ponte di Ivo Andrić, come se io non lo sapessi che il ponte non è suo, ma lui ci ha solo scritto un libro.
Era difficile capire quello che succedeva. La televisione diceva delle cose, i genitori, per proteggerci, il contrario e, infine, la realtà era confusa e io non ci capivo molto.
Quel giorno di aprile Fuad non fece saltare la diga e il ponte restò lì, immobile e altezzoso. Pensai che persino i soldati e la guerra dovevano fermarsi davanti a tanta imponenza. Qualche tempo dopo, però, distrussero il ponte di Mostar e pensai che, forse, era solo il ponte sulla Drina a essere tanto speciale da sopravvivere a tutto.
Collana: Collana Orienti
Titolo: E SE FUAD AVESSE AVUTO LA DINAMITE? Dall'autrice di "Al di là del caos"
Autore: Elvira Mujčić
Caratteristiche: Formato cm 15x21, brossura filo refe, copertina plastificata a colori
Pagine: 160
Prezzo: euro 9.90
Isbn: 978-88-89602-49-2
Anno di pubblicazione: 2009 Seconda ristampa
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