“Delle cose che non si sanno si deve dire”, di Alberto Abruzzese
On Febbraio 8, 2024 | 0 Comments

08/02/2024. “Grandi calamità, dunque: una guerra dei mondi che riguarda il pianeta Terra invaso dalle rovine del cielo. Malattie mortali come il punteruolo rosso nel midollo delle palme. Ma almeno sono calamità percepite dagli occhi di tutti seppure non ancora da tutti sofferte. Mentre invece vi sono altre calamità, ufficialmente poco o nulla percepite: forse meno prossime – per quanto i linguaggi digitali stiano rendendo ogni immaginazione sempre più rapidamente prossima alla realtà – e tuttavia ancora più terribili. Terribili come le calamità inferte dalle genti di Mosè e Aronne agli egiziani, popolo idolatra e per questo da sterminare senza pietà. E ora è come se le genti della storia abbiano compiuto il loro esodo verso una possibile patria portandosi dentro, senza sapere, il germe di uno stesso destino di morte, giustamente meritato a causa di un peccato speculare: essere un popolo monoteista. Anzi. Essere un popolo religioso. Se per calamità si vuole intendere un disastro in cui si annulla ogni ordine privato e pubblico di esistenza, la differenza di questo disastro – inavvertito eppure al lavoro, nascosto eppure fatale, rispetto alle calamità che hanno ostacolato il viaggio occidentale, l’andare umano verso la meta che si è prefisso – sta ora nella reticolare emersione di una forza muta e cieca eppure irresistibile. Essa sta rivelando il vuoto di senso che, con reciproco sacrificio, Aronne e Mosè hanno rispettivamente riempito di false promesse. La loro distinzione dal popolo preso a loro in carico è la stessa. L’uno e l’altro hanno gestito il sacro, si sono fatti cura della paura dei propri sudditi come meglio credevano si potesse far credere. Si sono eretti ed eletti a sacerdoti, esperti e manipolatori del non detto, dell’inesprimibile: tecnologi del vuoto.”

Il brano sopra riportato è tratto dal saggio di Alberto Abruzzese dal titolo Delle cose che non si sanno si deve dire. Transmutazioni, che ha alla base l’assunto secondo cui la società in cui viviamo ha sempre più ristretto i margini di un dire contraddittorio, di un pensiero impossibile, di una presenza dell’inaudito. Viviamo un paradossale ribaltamento del pensiero positivo in pensiero nichilista: un rovesciamento che è frutto, non del pensiero apocalittico e irrazionale, ma di quello progressista, convinto di avere sovranità sulla tecnica e sulla natura. Ecco perché è arrivato il momento di dire le cose che si ritiene vadano civilmente taciute, responsabilmente oscurate.

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