17/04/2026. “La Notre Dame Environmental Change Initiative, un progetto dell’Università Notre Dame (South Bend, Indiana, Stati Uniti) che analizza il modo in cui il cambiamento climatico sta amplificando problematiche come il sovraffollamento, la penuria di infrastrutture, la sicurezza alimentare e i conflitti civili, stila regolarmente una classifica dei Paesi più vulnerabili ai nuovi fenomeni climatici – scrive Michele Oliva nel nuovo saggio dal titolo Vulnerabili. L’impatto della crisi climatica e delle problematiche ambientali su minoranze e popoli indigeni. Sono 187 gli Stati presi in considerazione e tutti i Paesi industrializzati si trovano entro le prime 94 posizioni. Evidente è anche il divario tra nord e sud del mondo: la maggior parte dei Paesi a nord dell’equatore si posiziona in modo migliore rispetto a quelli a sud dello stesso (in particolare, America Latina e Africa). Da queste osservazioni, si denota un primo elemento di iniquità: sebbene i Paesi meno industrializzati del sud del mondo emettano meno gas serra, sono, paradossalmente, quelli che subiscono di più gli effetti nefasti della crisi climatica”.
Vivendo a stretto contatto con la natura ed essendo già oggetto di altri tipi di discriminazione, i popoli indigeni e le minoranze si fanno carico del fardello più grande: la lotta alle ingiustizie ambientali che penalizzano questi gruppi si consuma su diversi livelli e include l’implementazione di norme e regolamenti che garantiscano un’equa distribuzione di benefici e svantaggi.
Il saggio dedica particolare attenzione anche al ruolo sempre più importante della ricerca scientifica: innovazioni promettenti nell’ambito della biologia e dell’informatica forniscono barlumi di speranza per ridurre l’impatto nefasto dell’inquinamento e del cambiamento climatico sulla nostra specie e sul pianeta.

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