24 maggio 1992, l’apertura del campo di concentramento di Trnopolje
On Maggio 23, 2020 | 0 Comments

23/05/2020. Ripercorriamo con un breve estratto dal libro “Tre serbi, due musulmani, un lupo” di Luca Leone e Daniele Zanon la disumana vicenda dell’apertura dei campi di concentramento di Trnopolje, Omasrka e Keraterm nella città bosniaca di Prijedor.

“È difficile dire con esattezza quando i tre campi di concentramento siano stati aperti. Ufficialmente si riporta in alcuni documenti la data del 24 maggio, ma probabilmente si tratta solo di una data simbolica, come nel caso di quella che sancirebbe – tra il 5 e il 6 aprile 1992 – lo scoppio della guerra in Bosnia Erzegovina. Questo anche perché non esistendo “dichiarazioni di guerra” che diano l’inizio sia all’aggressione serba sia, successivamente, a quella croata ai danni della Bosnia Erzegovina, per trovare un momento in cui datare lo scoppio di tutto e necessario fare riferimento agli eventi sul campo e alle testimonianze. Nel nostro racconto, così, i protagonisti vengono internati a Trnopolje in una data precedente a quella del 24 maggio poiché il campo era stato istituito ed era attivo già da prima, così come non si è certo cominciato a morire, a Prijedor e dintorni, a maggio ma almeno il mese precedente, se non addirittura a marzo, esattamente come avvenuto nella non lontana valle della Drina, e in particolare a Višegrad e a Srebrenica (ma certo non solo lì).

Quel che sappiamo, ad esempio, è che il 12 maggio 1992, quando l’allora Segretario generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali nega pubblicamente l’opportunità di inviare rinforzi ai caschi blu già stanziati in Bosnia, tra le ventimila e le venticinquemila persone “non serbe” sono

state espulse dalle loro case nel territorio compreso tra Prijedor e Banja Luka. Sappiamo che il 31 maggio i non serbi di Prijedor sono stati costretti a mettere un lenzuolo bianco a una finestra della loro casa e, nel caso in cui si fossero arrischiati all’aperto, uno straccio bianco intorno a un braccio, per poter essere facilmente riconosciuti. Ancora, sappiamo che il 22 maggio, le autorità serbe di Prijedor lanciano un ultimatum ai bosniaci musulmani del vicino villaggio (quattro chilometri) di Hambarine e di altri borghi limitrofi affinché si rechino in città per essere “interrogati”, ovvero deportati nei campi di concentramento. Se non si fossero presentati “spontaneamente”, i villaggi sarebbero stati attaccati nei giorni a seguire. Così in effetti avviene e tra fine maggio e inizio luglio tra Hambarine, Gomienjca e altri villaggi i serbi uccidono non meno di un centinaio di persone, gettandone i corpi – abitudine consolidata durante tutta la guerra, insieme a quella di occultare i morti bruciandoli o gettandoli in fosse comuni – nel fiume Sana.

La comunità internazionale finge di non sapere nulla e così la pulizia etnica serbo-bosniaca può procedere indisturbata nei mesi di giugno e luglio del 1992, arrivando a cancellare completamente la presenza non serba da Prijedor e dai villaggi circostanti. Chi non viene ammazzato subito finisce nei tre campi di concentramento di cui abbiamo fatto il nome, ma da subito Omarska diviene un vero e proprio campo di sterminio, il luogo in cui – al riparo di una miniera di ferro e delle sue strutture – vengono internate almeno tredicimila persone e ne vengono uccise un numero ancora oggi incerto, certamente circa tremila. Omarska diviene il luogo in cui tutta l’intellighenzia non serba di Prijedor e dintorni, ma anche parte di quella slavone croata, viene fatta scomparire: politici, medici, sportivi, intellettuali, giornalisti, ma anche solo e semplicemente persone scomode, da saccheggiare e da far sparire cosi che mai potessero

denunciare i loro aguzzini. Ancora oggi sono in piedi la “casina bianca” e la “casina rossa”, luoghi di stupro, tortura e uccisioni che l’attuale proprietà della miniera avrebbe voluto abbattere ma che la strenua lotta dei sopravvissuti fino a oggi è riuscita a salvare, in nome della verità e della

giustizia. Lotta invece al momento vana per costringere la proprietà e le autorità serbo-bosniache a riconoscere un luogo dove poter erigere un piccolo monumento a ricordo di quel che accadde.”

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