26 ottobre 1968, da Città del Messico l’oro nei tuffi di Klaus Dibiasi

26/10/2018. “Venne poi il giorno di Klaus Dibiasi, medaglia d’oro dalla piattaforma, il primo di tre ori olimpici di fila visto che Klaus vinse anche a Monaco ‘72 e Montreal ‘76. Klaus è un fuoriclasse, un fantastico campione, stupendo interprete dei tuffi che suo papà Carlo, quattro volte campione italiano e una presenza olimpica, decimo a Berlino ‘36, gli ha insegnato. Il genitore realizzò, attraverso il figlio, i risultati che non aveva ottenuto personalmente.

Dibiasi si trovò a gareggiare con un tuffatore di casa, il trentunenne Álvaro Gaxiola, nativo di Guadalajara. Il quale, dopo la gara che lo ha visto al secondo posto (aveva all’attivo anche le partecipazioni ai Giochi di Roma e Tokyo), disse: «È una grande soddisfazione finire alle spalle di un campione come Klaus». Quest’ultimo aveva, allora, dieci anni meno di Álvaro e già un palmares di tutto rispetto con due argenti olimpici – uno vinto pochi giorni prima nel trampolino, alle spalle dello statunitense Wrightson, e un altro, sempre nella piattaforma, conquistato a Tokyo quattro anni prima, quando non era ancora maggiorenne. Quella era stata l’ultima sconfitta patita da Klaus dalla piattaforma prima di presentarsi nell’Alberca Olimpica di Città del Messico, un impianto chiuso che l’azzurro non amava.

Tuffatore sublime, classe 1947, allenato a casa dal padre Carlo e da Horst Görlitz, tecnico tedesco con una gamba di legno considerato, negli anni Sessanta, il miglior allenatore d’Europa, Klaus si era trasferito da Bolzano a Roma per diventare campione e già a Tokyo ‘64 era stato indicato come un grande agonista.

Insomma, un atleta di un’altra categoria. In Giappone, giovanissimo, Klaus dopo le prime due prove era solo diciottesimo, ma nella seconda giornata stupì tutti risalendo in ottava posizione prima di passare al comando davanti allo statunitense Bob Webster, campione in carica, che effettuò in extremis il sorpasso per riprendersi l’oro olimpico.

L’appuntamento con il gradino più alto del podio era solo rimandato. In Messico nessun avversario fu in grado di creargli fastidi, neppure gli statunitensi. A parte Gaxiola, che alla fine della prima giornata di gare (4 tuffi su 10) era in vantaggio di 3 punti sull’azzurro. Nel secondo giorno, pero, Klaus lo superò.

La finale fu ricca di colpi di scena ma anche di polemiche. Fu proprio il messicano ad aprire quella porta con i giudici perché, a suo dire, erano rei di voler favorire un europeo. Gaxiola non ci stava a perdere in casa e quella era la sua ultima occasione, essendo già avanti con l’età. La sfida tra i due si giocò tuffo dopo tuffo, lealmente. La lite con i giudici fu questione della prima giornata e Gaxiola, resosi conto di aver esagerato, la mattina seguente si recò al Villaggio dagli azzurri per riappacificarsi. «Mi sono reso conto – disse Álvaro – che non avrei potuto in nessun modo battere Klaus. Ho cercato di rispondergli tuffo dopo tuffo, ma lui in tutti è stato migliore di me». I due, del resto, erano amici: Gaxiola era stato a Bolzano, ospite della famiglia Dibiasi, e il padre di Klaus, Carlo, lo aveva anche allenato.”

Abbiamo ripercorso un momento importante nel percorso di affermazione dei diritti degli afro-americani all’interno di un momento di sport contenuto nel libro di Carlo Santi dal titolo  Sessantotto, l’anno del non ritorno. Diario di una rivoluzione nello sport e nel mondo

Il 1968 è stato un anno spartiacque, segnato da molteplici eventi: dal Vietnam al Messico, dagli omicidi di Martin Luther King e di Bob Kennedy alle contestazioni studentesche. La rivoluzione è globale: a Roma va in scena la battaglia di Valle Giulia; a Parigi, a Berlino e negli Stati Uniti centinaia di migliaia di persone manifestano nelle strade. A Città del Messico, il 3 ottobre, a piazza delle Tre Culture l’esercito spara sugli studenti uccidendo centinaia di persone e ferendone migliaia.

Il mondo dello sport – come abbiamo visto nel brano riportato –  non è da meno.

“Abbiamo capito che nel 1968 a Città del Messico abbiamo perduto una grande occasione per far sentire la nostra voce, anche se allora la voce degli atleti, sia pure di grandi campioni, non era ascoltata come avviene oggi”. (Michele Maffei)

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