09/11/2018. Plasmare, modellare, definire, aggiungere, sottrarre. La formazione di un pugile è qualcosa di unico e misterioso. È vero, ci sono regole, caratteristiche, protocolli, tecniche che possono aiutarci e che sono ormai codificate da decenni. Ma rimane sempre un qualcosa di indefinito, inafferrabile, o che anzi si esprime piuttosto attraverso gesti istintivi e impliciti, sguardi complici, movimenti naturali, che tu come tecnico non hai neppure bisogno di spiegare, e che l’allievo esegue spontaneamente, istintivamente.
Ogni volta che questo piccolo grande miracolo, questa perfetta armonia, si manifesta davanti a un sacco d’allenamento, o sul ring, o anche in un semplice esercizio alla corda, sento un sorriso schiudersi dentro di me, e arrivarmi, altrettanto spontaneamente, fino alle guance. La mia barba, allora, si distende, e i miei occhi si fanno ancora più piccoli, come se volessero intrufolarsi fin dove è possibile in quell’inesplorato luogo dell’anima e del corpo dove dimora il talento.
Intendiamoci: non fai il tecnico di pugilato per scoprire, o creare, il campione. Quello è un dono il più delle volte inaspettato, spesso neppure cercato, che quando entra nella tua palestra allora sì che comincia il bello; e obiettivo e prospettive cambiano, certo, ma inizia anche un duro lavoro per far sì che al talento si accompagnino tutte le altre caratteristiche fondamentali per un “campioncino”, cioè la serietà, la dedizione, la voglia di soffrire, la tenacia, il desiderio di allenarsi e di migliorare.
Il più delle volte, invece, dalla porta della palestra entrano persone che si avvicinano al pugilato per le motivazioni più diverse, e con i più diversi obiettivi, e sta a te tecnico riuscire a finalizzare un percorso che spesso non solo non sai da dove parta, ma neppure dove voglia effettivamente arrivare. C’è chi vorrebbe infilarsi i guantoni per scommessa, quello che è stato trascinato dagli amici, quello che ha scelto di provare perché il nonno era appassionato di boxe, quello che è venuto “perché mi hanno detto che la preparazione fisica del pugilato…”, quello che ha bisogno solo di tirare quattro pugni, o magari di prenderli, e che non sa ancora che non basta entrare in palestra per cominciare a far la boxe, anzi ce ne vorrà un bel po’ prima di iniziare a dar cazzotti, perché “se prima non metti a posto le gambe – come dico io di solito – il sacco non te lo faccio nemmeno sfiorare…”.
In questo brano, tratto da A bordo ring. Ganci, montanti e storie di vita raccontati dall’angolo scritto a quattro mani dal maestro di boxe Mario Bambini e dal giornalista Dario Ricci, entriamo nel mondo del pugilato dal punto di vista dell’allenatore e tecnico.
Gli autori presentano il libro oggi a Milano, presso Lapsus Caffè libreria (via G. Meda 38), ore 18,30. Dialoga con gli autori il giornalista Paolo Cappelleri.

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