Alta tensione tra Azerbaigian e Armenia

30/09/2020. Torna alta in questi giorni la tensione tra Azerbaigian e Armenia, impegnate militarmente da anni nel rivendicare la sovranità sulla regione autonoma del Nagorno-Karabakh, a maggioranza armena anche se all’interno dell’Azerbaigian.

“L’Azerbaigian si sta preparando a un attacco diretto contro l’Armenia”, ha detto il ministero degli Esteri armeno, citato dall’agenzia russa Interfax e riportato da la Repubblica.

Riportiamo un brano tratto dal libro di Paolo Bergamaschi, per lunghi anni consigliere politico della Commissione Esteri del Parlamento europeo, dal titolo Terre di nessuno.

“Dal 1994 il 20 per cento dell’Azerbaigian è, di fatto, sotto il controllo delle forze armate dell’Armenia. In quell’anno fu negoziato il cessate-il-fuoco che congelò il conflitto fra i separatisti armeni del Nagorno-Karabakh, sostenuti dai soldati di Erevan, e l’esercito di Baku. Con il Nagorno-Karabakh, regione autonoma a maggioranza armena in territorio azero, gli armeni occuparono anche sette province circostanti popolate quasi esclusivamente da comunità di etnia azera. Per Baku si è trattato di una catastrofe nazionale, una ferita profonda e lancinante che non si è mai rimarginata. Furono trentamila i morti e novecentomila gli sfollati costretti ad abbandonare in fretta e furia case e proprietà per rifugiarsi a est, verso zone più sicure. Da allora poco o nulla è cambiato. All’Osce fu affidato il compito di trovare una soluzione di compromesso fra le parti che portasse a un accordo di pace definitivo. Aria fritta utile solo a creare posti di lavoro per la diplomazia internazionale. Le feluche di Russia, Stati Uniti e Francia, i tre Paesi designati a guidare i negoziati, fanno regolarmente la spola fra Erevan e Baku senza cavare un ragno dal buco. Tutto rimane come prima. La guerra è finita ma la pace non è mai cominciata. Nonostante l’accordo del 1994, il fuoco non è mai cessato sulla linea che separa le parti. Il tiro incrociato dei cecchini armeni e azeri rompe periodicamente il silenzio e le vittime sono spesso civili inermi che ostinatamente rifiutano di abbandonare i luoghi di origine. Da qualche mese il conflitto ha subìto un salto di qualità con l’avvento dei droni che sorvolano le postazioni nemiche gettando ulteriore benzina su un fuoco che brucia inestinguibile. Gli osservatori internazionali da tempo lanciano l’allarme per richiamare l’attenzione su una situazione che può precipitare da un giorno all’altro trascinando di nuovo Armenia e Azerbaigian in una guerra aperta dalle conseguenze imprevedibili per tutta la regione.”

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