Belgrado: petali bianchi per non dimenticare. La manifestazione delle Donne in Nero in ricordo di Srebrenica

10/07/2020. 11 luglio 1995, a Srebrenica inizia l’inferno. Nell’arco di pochi giorni le forze paramilitari comandate da Ratko Mladic uccidono più di 8.000 maschi – dai 12 anni in su – nel nome della serbizzazione della cittadina della Bosnia Orientale.

Abbiamo deciso di ricordare quei giorni e i crimini commessi allora, condannati a livello internazionale come genocidio, con un estratto dal libro di Luca Leone e Andrea Cortesi dal titolo La pace fredda. È davvero finita la guerra in Bosnia Erzegovina?, a cui è alegato un dvd omonimo, con la regia di Marcella Menozzi.
“È il pomeriggio del 10 luglio, usciamo dalla sede belgradese delle Donne in Nero. La polizia ci aspetta. Ci accompagnano, ci guidano fino alla piazza. Tanti sguardi della gente che ci vede passare; siamo tutti vestiti di nero. È un lungo cammino nella breve distanza che percorriamo. La tensione si avverte. La manifestazione di piazza della Repubblica è toccante, coreograficamente perfetta. Di un’intensità struggente. Decine di attivisti vestiti di nero espongono un lungo striscione dello stesso colore che rievoca il genocidio di Srebrenica e il numero delle vittime e, divisi a coppie, iniziano la lettura dei nomi delle vittime. Ogni coppia un elenco. In totale 8.372 nomi sovrapposti in una cantilena straziante. Una donna, la storica attivista Violeta, con lentezza paragonabile a una via crucis di dolore, sparge con delicatezza petali bianchi in mezzo all’anfiteatro creato dagli attivisti delle Donne in Nero di fronte al Palazzo di governo. L’anfiteatro è a sua volta circondato dai poliziotti in numero almeno doppio rispetto agli attivisti presenti.
Purtroppo, a predominare è il disinteresse dei passanti. La maggior parte dei presenti è composta da turisti stranieri, curiosi o solidali. In un angoletto un gruppo di facinorosi ultranazionalisti innalza cartelli con numeri immaginari di presunte vittime serbe a Srebrenica: “Basta con la propaganda anti-serba” e il loro motto principale. Una donna, in particolare, non cessa di mimare il taglio della gola in direzione di Staša Zajović. Lei è abituata e non ci fa più caso – almeno così dice – ma essere spettatori di uno spettacolo simile fa accapponare la pelle. Dov’è la comunità internazionale quando c’è da assistere a simili scene? Dov’è quell’Unione europea che coccola Aleksandar Vučić e i suoi come se fossero davvero dei moderati e non dei lupi furbescamente mascherati da agnelli?
Alla fine della manifestazione, Staša appare al contempo soddisfatta, stanca, preoccupata, determinata. Ha fatto caso anche lei ai cartelli presenti in piazza, con il numero: 3.672, il presunto numero delle vittime serbe di Srebrenica. Un numero inventato dalla propaganda e ingigantito di volta in volta.
«Un numero privo di fondamenta, di prove… ma comunque sia non è mai il caso di inventare delle gerarchie tra le vittime, è una cosa vergognosa. Non faremo mai il loro gioco. E siamo i primi, noi, a parlare dei traumi di tutti e ad adoperarci, attraverso il dialogo e l’azione, a dare una mano a chi ne ha bisogno. E nella ex Jugoslavia, ve lo assicuro, i traumi sono onnipresenti, a tutti i livelli, nella vita quotidiana e pressoché su tutto il territorio. Ma dobbiamo sforzarci di capire che non è col silenzio che i traumi spariscono, anzi nel silenzio non solo non scompaiono, ma si radicano ancor di più».”

Il libro
Titolo: La pace fredda
Autori: Andrea Cortesi, Luca Leone
€ 18,00 – pag. 176 – con Dvd

Gli Autori
Luca Leone
, giornalista professionista, è laureato in Scienze politiche. È direttore editoriale e co-fondatore della casa editrice Infinito edizioni. Ha scritto per molte testate. Ha firmato una ventina di libri per più editori; tra questi, per Infinito edizioni, ama ricordare: Srebrenica. I giorni della vergogna (2005); Bosnia Express (2010); I bastardi di Sarajevo (2014); Srebrenica. La giustizia negata (2015, con Riccardo Noury); Eden. Il paradiso può uccidere (2016); Višegrad. L’odio, la morte, l’oblio (2017); Tre serbi, due musulmani, un lupo (2019, con Daniele Zanon).

Andrea Cortesi, romagnolo, vive a Reggio Emilia. Entra in Iscos Emilia-Romagna nel 2001 come obiettore di coscienza; dopo il servizio civile parte per il Perù, dove lavora per tre anni in progetti di sicurezza alimentare e di emergenza. Rientrato in Italia, torna in Iscos Emilia-Romagna, diventa direttore nel 2010. È laureato in Filosofia con una tesi su Michel Foucault e in Geografia e processi territoriali con una ricerca sull’economia familiare degli allevatori di alpaca del Perù.

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