26/04/2019. “Pripyat è l’archetipo della città fantasma. Fu costruita nel 1970 per alloggiare i lavoratori della centrale nucleare di Chernobyl insieme con le loro famiglie. Quarantaseimila persone che vennero caricate su pullman da turismo soltanto trentasei ore dopo la catastrofe del 26 aprile 1986. Qualcuno appese alla porta di casa un cartello con scritto: «Visitatore, non rubare i nostri oggetti. Torneremo».
Nessuno è più tornato.
Pripyat è l’epicentro della “zona morta”, il cimitero radioattivo nel raggio di trenta chilometri attorno a Chernobyl. Detta anche – con terminologia che evoca condizioni esistenziali – “zona di esclusione” o “di alienazione”, è una delle aree al mondo più intrise di elementi radioattivi. A reattori ormai spenti, la centrale nucleare che era intitolata a Lenin dà ancora lavoro a oltre tremila persone: ci vorrà un tempo indefinito per smaltire le scorie e sperare di seppellire per sempre questa caotica geometria di tralicci, tubi sospesi, costruzioni scrostate.”
Così descrive Pripyat la giornalista Emanuela Zuccalà in GIARDINO ATOMICO, un libro per non dimenticare.


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