31/07/2023. “Si tace sulla nostra morte perché al di là della soglia della vita non si può pensare. È così. Lo è, per quanto invece lo sforzo ultramondano dell’immaginario collettivo e l’utopia di una vita atopica messa in gioco dalla estrema tensione emotiva e immateriale dei new media digitali abbiano ritenuto e ritengano possibile una sopravvivenza dell’apparire e del sentire al di là del corpo morto, del soma decomposto, polverizzato, dissolto. Le tradizioni sociali vogliono che sia la memoria dell’ambiente, con ogni suo soggetto e oggetto in campo, a far sopravvivere l’essere umano al di là della propria morte e a prezzo della sua personale assenza dal tempo-spazio del presente. Il mistero della singolarità trapassa al mistero dell’esistente. Dimensione per cui l’appartenenza all’umano, come fosse un lampo di luce nel buio, si coniuga con l’essere assenti alla sua continuità”.
Il brano sopra riportato è tratto dal nuovo libro del prof. Alberto Abruzzese dal titolo Delle cose che non si sanno si deve dire. Transmutazioni, una riflessione a tutto campo su come la nostra società contemporanea ha sempre più ristretto i margini di un dire contraddittorio, di un pensiero impossibile, di una presenza dell’inaudito. Viviamo quindi un paradossale ribaltamento del pensiero positivo in pensiero nichilista: un rovesciamento che è frutto, non del pensiero apocalittico e irrazionale, ma di quello progressista, convinto di avere sovranità sulla tecnica e sulla natura. Ecco perché – sostiene il prof. Abruzzese – è arrivato il momento di dire le cose che si ritiene vadano civilmente taciute, responsabilmente oscurate.

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