17/12/2024. Il rosso dei tetti,
l’abito voluttuoso della Dora,
Il più compassato Po.
Finestre che sorridono, malinconiche e socchiuse,
alle spalle della Gran Madre.
Il lento mormorare di Piazza Vittorio,
un passato che sa di giostrai e viandanti,
di zucchero filato e bolle di sapone.
Scorre la vita sotto il lungo serpente dei suoi portici,
nei cortili color ocra dove gatti sonnolenti
narrano il lento esistere della storia.
Torino,
amata,
amante,
alchemica,
sorniona.
Vociare indistinto dell’umanità,
sale della terra,
profumo di menta e di cipolla di Tropea,
ventre di ogni speranza,
frastuono, frasi sospese,
dialetti indistinti, risate.
Il mercato più grande d’Europa si fa coperta.
L’odore di palo santo cammina sulle narici,
copre i pensieri.
In un attimo mi sento al caldo
il mio cuore e al sicuro,
e così i miei ricordi,
stretti tra le braccia di una piccola casa.
Che sa di Parigi ma si chiama Torino.
Si può amare una città? Se lo chiede Gabriella Mancini nei versi della poesia Si può amare una città? contenuta all’interno della silloge E ancora sogno di cantarti il vento. Attraverso queste intense parole traspare un grandissimo amore per una città antica e allo stesso tempo moderna, che unisce il classico all’internazionale. Un viaggio, quello dell’autrice, lungo “cinquanta miglia” tra passi, incontri, pensieri, soste e sguardi poetici.

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