Il dramma del Belice, 50 anni (+1) dopo il terremoto
On gennaio 14, 2019 | 0 Comments

14/01/2019. La scossa più forte arrivò durante la notte e fece crollare moltissime case, anche quelle costruite con materiali più “resistenti” come il cemento e – in misura minore – quelle realizzate con il tufo. I danni più gravi si registrarono nei comuni di Gibellina, Salaparuta, Poggioreale e Montevago. In totale furono ventuno i paesi colpiti, trecento i morti e oltre novantamila gli sfollati. Il sisma del 1968 non seminò solo morte e distruzione ma mise drammaticamente a nudo lo stato di arretratezza e povertà in cui si viveva nella Sicilia occidentale, lungo il fiume Belice.

Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 2019 sarà trascorso oltre mezzo secolo da quel devastante terremoto, la prima grande catastrofe naturale dell’Italia repubblicana, ancora impreparata a gestire un’emergenza simile. «All’epoca non esisteva ancora la Protezione civile» ricorda Anna Ditta, autrice del libro “Belice. Il terremoto del 1968, le lotte civili, gli scandali sulla ricostruzione dell’ultima periferia d’Italia”. È vero, non esisteva ancora, ma non mancarono storie di eroismo e solidarietà come quella di Ivo Soncini, il pompiere volontario di Reggio Emilia, e della piccola Cudduredda, la bambina dai grandi occhi neri che venne salvata dopo 60 ore dal sisma. Era il 17 gennaio 1968, Ivo sentì una voce flebile provenire da sotto le macerie di una casa e iniziò a scavare a mani nude finché non diede un volto a quella voce. Eleonora Di Girolamo, il cui salvataggio miracoloso venne ripreso da una troupe della Rai, morì due giorni dopo a causa di una polmonite. «Una storia dolce e dura» che commosse l’opinione pubblica e portò tanti italiani a partecipare a raccolte di solidarietà organizzate dalla stessa Rai e da altre associazioni. È grazie a quelle immagini sgranate e in bianco e nero che l’intero Paese si accorse del Belice, una regione nell’ultimo angolo dell’Italia.

«Noi vigili del fuoco siamo addestrati a guardare ciò che facciamo quando stiamo operando e non pensare ad altro – mi ha detto –. Però quel giorno fu una cosa molto toccante. Stavamo estraendo il corpo di un signore anziano dalle macerie quando si sentì questa voce che diceva: “Ci sono anch’io. Ci sono anch’io”. Noi, che stavamo lì in tre o quattro, ci siamo guardati in faccia e proprio non capivamo… Ho cominciato a farla parlare finché non abbiamo individuato da dove veniva la voce. Poi abbiamo scavato con le mani finché siamo riusciti ad arrivare a lei. Quello è stato credo il momento più bello, anche perché lei sembrava perfettamente sana, sembrava non avesse problemi. Anche quando l’ho portata sulla jeep dei Vigili del fuoco e l’abbiamo accompagnata all’ospedale volante, era vigile, serena. Saliti sulla jeep si è pulita con la manina il braccio, il cappotto. Sono stati due o tre momenti molto toccanti, anche molto difficili. Quello peggiore invece è stato quando, dopo tre giorni, abbiamo saputo che era morta. Lì ho pianto», ricorda commosso Soncini. «Di sicuro oggi molto è cambiato – sostiene –. Se fosse accaduto oggi, la bimba si sarebbe salvata. Oggi è tutto più veloce, anche nelle comunicazioni. All’epoca non esistevano i telefoni cellulari. I tempi e i modi di intervento sono migliorati»

Questa dichiarazione è frutto di un’intervista fatta dalla giovane giornalista – originaria di quelle zone –Anna Ditta al pompiere Ivo Soncini, in occasione della cerimonia ufficiale di commemorazione organizzata dai sindaci del Belice nel giorno del cinquantesimo anniversario del terremoto. Questa testimonianza, insieme a tante altre, fa parte del reportage “Belice. Il terremoto del 1968, le lotte civili, gli scandali sulla ricostruzione dell’ultima periferia d’Italia”, un libro che ripercorre le vicende del Belice, estrema periferia d’Italia ma al tempo stesso molto viva e attiva dal punto di vista sociale, prima, durante e dopo il terribile terremoto del gennaio del 1968.

Leave a reply