Il peso delle parole, la riflessione di Daniele Canepa sul mondo dello sport in “Fino a che punto?”
On Giugno 9, 2021 | 0 Comments

09/06/2021. “Immaginate di incontrare un vostro parente o un amico, il quale vi dice di essere stato venduto dall’azienda per cui lavora a un’altra in cambio di una certa somma di denaro. Quale reazione avreste? Sicuramente di indignazione, sentendo che un vostro caro è stato “comprato”, proprio come si fa con un paio di pantaloni o un casco di banane. Eppure, non battiamo ciglio quando sentiamo parlare di calcio “mercato” e di giocatori che vengono “acquistati” da una squadra in cambio di soldi. La mercificazione dell’atleta ci ha talmente assuefatti che non ci rendiamo neanche conto della sua esistenza e di quanto essa sia profondamente radicata nel nostro modo di concepire il calcio. Il fatto che in ambito calcistico sia considerato normale “comprare”, “vendere”, “prestare” e “acquistare in comproprietà” degli esseri umani spostati da un club a un altro come oggetti, come cose, è il terreno fertile ideale sul quale il football trafficking può prosperare.

Alla vigilia della prima partita della nuova edizioni degli Europei di calcio vogliamo portare l’attenzione sul mondo dello sport e – purtroppo – su alcuni aspetti poco puliti come ad esempio il football trafficking. Lo facciamo con il brano che avete letto, tratto dal libro del nostro autore Daniele Canepa dal titolo Fino a che punto? Il traffico internazionale di giovani atleti, dove ci mostra come spesso l’atleta sia considerato come merce da comprare o vendere per realizzare una “plusvalenza” o, in  alternativa, come macchina, dalla quale ci si aspetta il massimo rendimento. È in queste due metafore che affonda le radici il football trafficking, definizione che comprende i casi sia di tratta che di traffico di esseri umani nel calcio e in molti altri sport e che riguarda migliaia di giovani originari di regioni povere. La narrativa che va per la maggiore attribuisce le colpe a sedicenti agenti e intermediari, i quali sfruttano l’ingenuità di giovani che nello sport intravvedono la loro unica possibilità di realizzazione. La realtà è però ben più complessa, con responsabilità condivise da tutti gli attori del sistema: club, mezzi d’informazione, federazioni e istituzioni politiche nazionali e internazionali e, talvolta, le famiglie stesse dei ragazzi coinvolti.

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