La regista Elvira Notari raccontata in “Cinema, femminile plurale”

18/12/2024. “Elvira Notari ha subìto diversi livelli di cancellazione, partendo dalla trascuratezza accademica nei confronti del cinema muto italiano, fino al disinteresse verso la produzione regionale e locale napoletana e verso la cultura popolare della città di Napoli, alla poca comprensione della corpo-realtà dei film e, per finire, allo sfavore del fascismo per un cinema vero, non filtrato – scrive Siria Frate nel testo dal titolo Cinema, femminile plurale. Le donne che hanno fatto la storia della settima arte. Operando in un periodo dove non esisteva un vero e proprio concetto di nazione, venivano riconosciute due Italie, il nord e il sud, e Notari ha scelto le sue origini. La dittatura fascista, però, che tanto bramava la nazionalizzazione e la centralizzazione, non poteva permettere che qualcuno, ancor di più una donna, intaccasse questi ideali politici e continuasse a proporre, per esempio, pellicole nelle quali prediligeva un linguaggio dialettale, procedendo verso il pieno controllo dei mezzi di comunicazione disponibili tra cui, ovviamente, il cinema. Come poteva, negli anni Venti, una donna regista emergere in un’Italia ripulita dai regionalismi e liberata, almeno sullo schermo, dalla povertà e dalla violenza?”.

Il cinema, a un certo punto della sua storia, necessita di un rinnovamento che permetta l’identificazione di un’audience femminile maggiormente conscia della propria libertà individuale e non solo. Così, d’un tratto, all’interno dello schermo il mondo non esiste più come frutto di una visione maschile ma le donne emergono dapprima dietro la macchina da presa, poi davanti e pian piano oltre.

Cinema, femminile plurale esplora il rapporto tra le donne e l’industria cinematografica, investigando i dibattiti contemporanei sulla parità di genere nella settima arte, studiando i budget, i riconoscimenti e la (scarsa) presenza delle donne nei ruoli chiave del settore. La cinepresa diventa l’oggetto attorno al quale si discute del contributo al femminile in un panorama ancora oggi poco affermato, con una disamina approfondita dell’influenza di registe del calibro di Ida Lupino e Chantal Akerman, del silenzioso sguardo delle spettatrici illustrato secondo le teorie psicoanalitiche più ricercate e dell’impatto della critica cinematografica femminista promossa da professioniste come Laura Mulvey, Claire Johnston e Dorothy Arzner. La prefazione della critica cinematografica Chiara Cozzi completa questo scorcio sulla lotta del contemporaneo per una minore esclusione all’interno della “fabbrica dei sogni”.

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