11/05/2021. “Lo Stato deve assicurare protezione ai cittadini contro i nemici interni e i nemici esterni e chiede, in cambio, il rispetto della legge e delle leggi – sostengono Luigi Manconi e Valentina Calderone nella prefazione al volume dal titolo La vita rubata. Storia di Giuseppe Uva. Morto. Ma nessuno lo ha ucciso, curato da Fulvio Mazza. Se e quando lo Stato non garantisce l’incolumità (quella fisica, innanzitutto) dei membri della comunità, entra in una crisi che ne può determinare la dissoluzione. Tanto più quando lo Stato, i suoi apparati, i suoi uomini non solo non tutelano l’integrità fisica e psichica degli appartenenti alla collettività, ma sono essi stessi ad aggredirla. È questo il caso, esemplarmente, dell’individuo il cui corpo e nella custodia dello Stato, dei suoi apparati, dei suoi uomini: Giuseppe Uva, come Stefano Cucchi, come Federico Aldrovandi e una lunga schiera, quasi sempre anonima, di loro simili. Ecco perché il ruolo di Lucia Uva è stato ed è così importante: perché ha mostrato impietosamente la miseria di uno Stato incapace di proteggere un uomo affidato al suo controllo. Lucia Uva non esce sconfitta da questa brutta storia: il suo primo scopo, ce lo dicemmo dieci anni fa, era quello di restituire l’onore al proprio fratello. Ce l’ha fatta”.
Fulvio Mazza in La vita rubata. Storia di Giuseppe Uva. Morto. Ma nessuno lo ha ucciso ripercorre quanto accaduto la notte tra il 13 e il 14 giugno del 2008 nella caserma dei carabinieri di Varese e poi nell’ospedale cittadino a Giuseppe Uva, arrestato insieme a un amico per schiamazzi notturni e ubriachezza e successivamente deceduto, Fulvio Mazza ci propone migliaia di pagine di atti giudiziari, che seguono i vari gradi di giudizio legati a questa vicenda. Ci sono, quasi come in un romanzo, i fatti successi per la strada, in caserma, in ospedale. Ci sono i personaggi: vittime, imputati, avvocati, magistrati. E ci sono la dignità, la vita e la morte del cittadino Giuseppe Uva.
Con il patrocinio di Amnesty International

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