Migranti, dalla Diciotti alla Sea Watch: la denuncia di Amnesty International contro la politica dei “porti chiusi”

 

29/01/2019. Secondo i dati diffusi dall’Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), nel 2018, oltre 2.800 rifugiati e migranti sono morti in mare nel tentativo di raggiungere l’Italia dalla Libia su imbarcazioni inadatte alla navigazione e sovraffollate. Non si nasconde un certo immobilismo politico e la mancanza di volontà nell’affrontare la situazione. Lo esplicitano le circostanze di estrema difficoltà che si stanno verificando da tempo nei nostri mari: si veda il caso della Diciotti, nave militare italiana a cui, lo scorso agosto, è stato impedito di far sbarcare nel nostro Paese persone soccorse a largo delle coste maltesi, trattenendole per giorni senza una base legale o un ordine della magistratura.

«L’incidente della Diciotti ha rappresentato il culmine della politica dei “porti chiusi”, che il governo ha attuato senza averla deliberata né formalmente comunicata alle autorità competenti e senza riguardo né per la salute e la sicurezza delle persone coinvolte, né per i propri obblighi internazionali» dichiarano Elisa De Pieri e Matteo De Bellis, entrambi ricercatori dell’Ufficio regionale per l’Europa di Amnesty International, nella nuova pubblicazione della stessa Amnesty International dal titolo “La situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive per il 2019”.

Secondo le varie fonti di diritto internazionale del mare gli Stati hanno l’obbligo di garantire l’approdo di persone in difficoltà in un luogo sicuro nel più breve tempo possibile. La salvezza e la tutela delle vite umane devono avere la precedenza assoluta: queste persone, soprattutto le più vulnerabili come donne e bambini, non devono subire ulteriori sofferenze e deve essere loro garantita l’assistenza umanitaria di cui hanno diritto e le cure di cui hanno bisogno. Princìpi inderogabili e inviolabili a cui ogni governo si dovrebbe attenere. Eppure non sempre questo avviene. Lo sbarco negato alla nave olandese Sea Watch, da giorni ancorata a un miglio da Siracusa, è un’ulteriore prova. Tantissimi bambini, donne e persone in fuga dalla fame e dalla guerra continuano a essere ostaggi dell’ennesima disputa tra Stati.

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