Nagorno Karabakh, storico accordo tra Armenia e Azerbaigian

11/11/2020. La firma di un accordo di pace tra il premier armeno Nikol Pachinian con l’Azerbaigian è un fatto recentissimo e di importante portata. L’accordo, negoziato da Mosca, mette fine alla guerra per il controllo del Nagorno Karabakh sancendo la vittoria dell’Azerbaigian, la nazione che nel 1994 fu costretta a firmare un armistizio che concedeva di fatto agli armeni il controllo del Nagorno Karabakh, costringendo 750 mila azeri ad abbandonare le loro case e le loro terre nell’enclave.

Abbiamo chiesto al nostro autore Paolo Bergamaschi, che ha viaggiato nei Paesi dell’ex Unione Sovietica per lunghi anni e che ha pubblicato con la nostra casa editrice il libro dal titolo Terre di nessuno, di commentare questo storico accordo.

“Che l’Armenia non fosse in grado di difendere solo con le proprie forze le conquiste territoriali degli inizi degli anni Novanta era il segreto di Pulcinella. È la Russia il garante della sicurezza armena. Sono infatti i soldati russi che presidiano la frontiera sigillata fra Armenia e Turchia così come è russa l’unica base militare “straniera” presente in Armenia. Per anni i politici di Erevan si sono trastullati nell’idea di poter continuare con lo status quo in Nagorno Karabakh facendo finta di non vedere che le sorti di questa Terra di Nessuno passavano comunque dal Cremlino. E se l’Armenia per Putin è un fedele alleato militare l’Azerbaigian è un partner da adescare e non un nemico da punire. Nella logica di Mosca, quindi, bisognava trovare il modo di soddisfare almeno in parte le richieste sempre più insistenti di Aliyev, l’autocrate di Baku. La diplomazia russa ci aveva già provato nell’aprile del 2016 dopo la recrudescenza più significativa del conflitto dal 1994. Allora era stato Lavrov, ministro degli Esteri russo, a proporre un piano di pace imperniato sulla restituzione all’Azerbaigian di alcune delle province occupate che circondano il Nagorno Karabakh. Tentativo andato a vuoto per l’ostinazione degli oltranzisti armeni. Aspettiamo di leggere i termini del recentissimo accordo nei dettagli ma la situazione sul terreno sembra ricalcare a grandi linee quel piano di pace proposto dalla Russia. A conclusione di questa guerra e alla luce di quanto sta avvenendo a Erevan avremo così la probabile uscita di scena del Primo Ministro armeno Pashinyan, leader della rivoluzione di velluto del 2018 non gradito al Cremlino e il rafforzamento del regime azero in grado anche di offrire lo scalpo di Susha, la seconda città del Nasgorno Karabakh ai propri concittadini fra un tripudio di bandiere nazionali. Quando poi si farà il conto delle migliaia di vittime che Pashinyan confessa timidamente e Aliyev rifiuta di svelare si capirà che anche questa era una guerra senza senso che se ci fosse stata la volontà avrebbe potuto essere evitata e risolta al tavolo negoziale”.

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