31/10/2018. Dopo oltre 3400 giorni di carcere, oggi è terminato l’incubo giudiziario per Aasia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per “blasfemia”. La buona notizia è riportata da Amnesty International che ha seguito il suo caso da sempre e da cui abbiamo tratto questo breve testo.
Aasia era stata arrestata nel 2009 a seguito di un alterco tanto banale quanto esemplificativo del clima in cui vivono le minoranze religiose in Pakistan: nel villaggio di Ittanwali, nel Punjab, due donne musulmane avevano rifiutato di prendere l’acqua dallo stesso pozzo dal quale l’aveva appena presa Aasia Bibi (e pertanto diventata imbevibile in quanto “impura”). Da qui il litigio, del quale l’imam della moschea di Ittanwali – che non aveva assistito al fatto – divenne il testimone cardine della presunta “offesa all’Islam”. Nel 2010 venne emessa la condanna a morte per blasfemia, sospesa poi nel 2015, ma la donna è stata prosciolta dalle accuse solo oggi.
Si pone ora il problema di garantire la sicurezza ad Aaisa, dal momento che, negli ultimi anni, persone assolte dal “reato” di blasfemia hanno dovuto cercare riparo all’estero.
Dal 2007 al 2016, secondo l’Ong di Lahore “Centro per la giustizia sociale”, 1.472 persone sono state incriminate per blasfemia: 730 musulmani, 501 ahmadi (una minoranza musulmana considerata eretica), 205 cristiani e 26 induisti. Altri 10 sono stati assassinati dalla giustizia fai-da-te degli estremisti, prima di andare a processo. Fortunatamente le condanne a morte non sono state mai eseguite.
Un quadro generale sulla situazione pakistana, con attenzione al contesto nazionale e un breve focus sul tema della libertà di espressione e la blasfemia si ritrova nel capitolo dedicato al Pakistan all’interno del Rapporto 2017-2018. La situazione dei diritti umani nel mondo redatto da Amnesty International.
“Si è intensificata la repressione della libertà d’espressione. La legge per la prevenzione dei reati informatici del 2016 è stata impiegata per intimidire, vessare e detenere arbitrariamente difensori dei diritti umani per commenti espressi online. Le sparizioni forzate sono state diffuse; l’impunità ha prevalso. Le violenze collegate alla blasfemia hanno causato la morte di uno studente, suscitando un’inusuale condanna da parte del governo. Si sono svolte grandi manifestazioni a sostegno delle leggi sulla blasfemia, che sono state utilizzate per condannare persone che avevano espresso la propria opinione online. Giornalisti sono stati aggrediti da persone non identificate. Le minoranze hanno continuato a essere discriminate nel godimento dei diritti economici e sociali. I tentativi di limitare i matrimoni precoci sono stati bloccati dal parlamento. Gli omicidi di donne nei cosiddetti “delitti d’onore” sono continuati, nonostante fossero stati vietati dalla legge del 2016.
A luglio, la Corte suprema ha interdetto il primo ministro Nawaz Sharif per non aver rivelato una sua fonte di reddito all’estero. In seguito alle sue dimissioni, l’autorevolezza del governo è stata gravemente indebolita quando membri della famiglia Sharif e ministri del governo sono divenuti oggetto di nuove indagini per corruzione. Il ministro per la Legge e la giustizia si è dimesso a novembre dopo settimane di proteste, durante le quali è stato accusato di blasfemia. L’esercito ha assunto sempre più il controllo su politica estera, sicurezza nazionale e amministrazione quotidiana, in attesa delle elezioni fissate per agosto 2018. (…)
Sono proseguiti gli attacchi alla libertà d’espressione, in particolare contro chi pubblicava commenti online. A gennaio 2017, cinque blogger, che avevano pubblicato commenti anonimi online ritenuti critici verso l’esercito, sono stati vittime di sparizione forzata. Quattro sono stati in seguito rilasciati; due di loro hanno dichiarato di essere stati torturati mentre erano sotto la custodia dell’intelligence militare; il quinto rimaneva scomparso. La legge draconiana per la prevenzione dei reati informatici del 2016 è stata utilizzata durante l’anno per effettuare diversi arresti, incluso quello, avvenuto a giugno, del giornalista Zafarullah Achakzai, reporter per il quotidiano Daily Qudrat. Nelle settimane successive, sostenitori di vari partiti politici sono stati arrestati per commenti che criticavano l’operato delle autorità, pubblicati sui social network. Non sono state adottate misure di alcun genere nei confronti di account di social network appartenenti
a gruppi armati che incitavano alla discriminazione e alla violenza. Persone sono state perseguite dopo essere state accusate, in particolare riguardo ad attività sui social network, ai sensi di leggi sulla blasfemia vaghe e ampie che vietavano l’espressione pacifica del pensiero, quando era ritenuta offendere la sensibilità religiosa. A giugno, Taimoor Raza è stato condannato a morte da un tribunale antiterrorismo nella provincia meridionale del Punjab per commenti blasfemi pubblicati su Facebook. A settembre, il cristiano Nadeem James è stato condannato a morte da un tribunale nella città di Gujrat, per aver condiviso su WhatsApp una poesia considerata blasfema.
Accuse di blasfemia hanno portato all’omicidio, compiuto con le modalità di un’esecuzione, di Mashal Khan, uno studente universitario della città di Mardan. Ad aprile, una folla di studenti è entrata nell’ostello in cui viveva, lo ha spogliato e lo ha picchiato ripetutamente prima di sparargli. In seguito, il primo ministro Nawaz Sharif ha promesso che avrebbe intrapreso azioni contro coloro che “abusavano” delle leggi sulla blasfemia. Sei giorni più tardi, un “guaritore” accusato di blasfemia è stato ucciso in modo simile da tre assalitori nella sua casa a Sialkot. Due giorni dopo il fatto, una folla nella città di Chitral ha aggredito un uomo accusato di blasfemia e ferito gli agenti di polizia che cercavano di proteggerlo. A maggio, un bambino di 10 anni è stato ucciso e altre cinque persone sono state ferite, quando una folla nella città di Hub, in Belucistan, ha cercato di aggredire l’indù Prakash Kumar, per aver pubblicato online un’immagine offensiva.
Alti funzionari del governo hanno esacerbato le tensioni riguardo ai reati di blasfemia.
A marzo, l’allora ministro dell’Interno Nisar Ali Khan ha apostrofato i cosiddetti blasfemi come “nemici dell’umanità”. A febbraio e marzo, l’Alta corte di Islamabad ha disposto la cancellazione di materiale online ritenuto blasfemo e ha ordinato al governo di avviare procedimenti contro le persone responsabili della pubblicazione. Difensori dei diritti umani hanno riferito di aver ricevuto gravi minacce online, che non sono state prese in considerazione dalle autorità.”

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