17/02/2023. “Ivo, non pensi che la parola patrao sia brutta?”, chiede Daniela Zuccolin, autrice di Bem-vindos. Diario dal Mozambico, al professore di portoghese che viene a domicilio due volte alla settimana. “Qui il datore di lavoro è patrao, specialmente se è bianco. È una questione culturale: la colonizzazione è storia recente. Inoltre i portoghesi hanno trovato terreno fertile qui perché già la nostra società dà molta importanza alla gerarchia e al rispetto. Abbiamo persino un titolo che il fratello minore deve usare nei confronti di quello maggiore, una parola che si traduce come ‘capo’. Se mio fratello minore mi chiamasse solo Ivo, forse non più mia madre, ma mia nonna sicuramente lo riprenderebbe: mi si deve rivolgere con l’appellativo giusto”.
Capisco. Però mi fa effetto tutte le volte che Florinda, o Abel il driver, chiamano Max patrao. Non è padrone di nessuno. Nella parola, odiosa alle mie orecchie, stanno secoli di oppressione, sta l’idea della schiavitù, sta la colonizzazione subita; alla mia mente s’affaccia la storia del triangolo commerciale fra Europa, Africa e America, che le navi dei mercanti europei percorrevano nell’oceano Atlantico. Prodotti finiti dall’Europa, schiavi dall’Africa, materie prime dall’America: così per tre secoli, dal XVI al XIX. In realtà in Africa orientale, prima ancora dell’arrivo degli europei, furono i mercanti di schiavi arabi a iniziare la tratta, portando milioni di africani nel mondo islamico attraverso l’oceano Indiano già a partire dal VII secolo d.C. Si studia sui libri di storia. È storia.
Dovrebbe essere storia. Storia del passato ogni giorno condensata nella parola patrao.
Crollano le mie idee di parità, le mie inutili riflessioni, di fronte al disarmante sorriso di Florinda. “Perché, senhora? Perché non dovrei chiamarla così? Mi mette in difficoltà! Non sono abituata. E lei, patrao, vuole un caffè?”.
Daniela Zuccolin è un’insegnante milanese che – per seguire il marito e il suo lavoro – ha vissuto per alcuni anni in Mozambico con la propria famiglia. La vita quotidiana si intreccia fortemente con il passato e, come abbiamo visto in questo brano, risente ancora nella lingua parlata di una potente combinazione tra tradizione locale e colonizzazione.

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