“Rwanda. Istruzioni per un genocidio”, in libreria la nuova edizione –
On aprile 7, 2018 | 0 Comments

07/04/2018. Rwanda, aprile 1994. Per cento giorni, a partire dal 7 del mese, nel Paese delle mille colline viene perpetrato uno spaventoso genocidio preparato minuziosamente a tavolino, il più grave della storia del Novecento dalla fine della seconda guerra mondiale. In quella primavera di sangue almeno 800.000 persone trovarono la morte per mano degli estremisti hutu, nella totale inazione della comunità internazionale.

Un quarto di secolo dopo il genocidio dei tutsi, il Rwanda è un Paese dinamico che, seppur con molte contraddizioni, guarda con fiducia al futuro. La comunità internazionale, invece, non ha ancora riflettuto su quello che è stato il suo più grande fallimento: il non aver impedito un genocidio, pur avendo i mezzi e il tempo per farlo, in stridente contrasto con quel “mai più” solennemente dichiarato dopo gli orrori di metà del secolo.

Daniele Scaglione, in “Rwanda. Istruzioni per un genocidio”, splendido reportage ora in libreria in una nuova edizione ampliata e aggiornata, ripercorre le vicende che hanno portato a uno spaventoso genocidio nel cuore dell’Africa orientale.

L’autore presenta il libro oggi a ROMA, presso l’Aula Magna della John Cabot University, via della Lungara 233, alle 15,30.

Provate a leggere questa storia e a raccontarla perché è una grande storia. Nella geografia sproporzionata dell’Africa, racconta di un Paese piccolissimo, ha il fascino dell’esotico sconosciuto, è quasi un minuto mondo fiabesco fatto di mille colline e piccole comunità di persone che fanno tutto insieme, ma a un certo punto si trasforma in un mostro divoratore di esseri umani. Raccontate del bambino che chiede a suo padre di poterlo seguire quando tutti i giorni va a compiere il suo dovere di massacratore. Raccontate che il papà disse: ‘Sei troppo piccolo, non sei utile a niente’ e il figlio rispose: ‘Ma posso almeno uccidere un bambino della mia età’…”. (Ascanio Celestini)

“Questo libro ripropone la stessa tensione morale, ma anche lo stesso alto modello informativo, che il giornalismo investigativo americano ha consegnato al nostro tempo di morte prossima del giornalismo”. (Mimmo Candito)

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