05/05/2020. Il suo ultimo messaggio aveva toni pacati, ma era un grido d’aiuto che non è stato colto. “Sostengono che la prigione non possa ucciderti, ma la solitudine può. Per questo ho bisogno del sostegno di ognuno di voi all’esterno affinché io sopravviva”. Ci chiedeva di non essere dimenticato – sostiene la giornalista Azzurra Meringolo Scarfoglio, autrice dell’inchiesta reportage dal titolo Fuga dall’Egitto – invece Shady Habash è morto in prigione, dove da 26 mesi era in custodia cautelare, ovvero aspettava che il processo contro di lui iniziasse. Non era in un carcere qualsiasi, era a Tora, un compound di 7 prigioni di diversa intensità. Tra le meno severe c’è Patrick Zaki, nelle più disumane centinaia di attivisti che sono arrivati soprattutto negli ultimi anni.
Shady Habash aveva solo 24 anni ed era un regista anti-regime, diventando famoso per un videoclip del cantante più famoso di piazza Tahrir, Ramy Essam, uno dei tanti idoli del 2011 trasformatosi in un esule dopo il golpe del 2013 da quando i tipi come lui sono stati descritti come pericolosi sovversivi.
Le notizie sulla morte di Shady sono ancora confuse; si sa che qualche giorno prima di morire era stato trasferito in ospedale e poi era rientrato e si è sentito male. I compagni di cella hanno gridato – cosa che in carcere non è permesso fare per questioni disciplinari – per chiedere aiuto, ma nessuno è intervenuto. Ora i nove giovani che erano in cella con lui hanno iniziato uno sciopero della fame.

Lascia un commento