18/11/2018. Il 18 novembre del 1928 – 90 anni fa – venne proiettato il cartone animato dal titolo Steamboat Willie al Colony Theater di New York. Eroe protagonista del cartoon un topo, Mickey Mouse, in Italia Topolino, dove le voci del topo stesso, della fidanzata Minnie e del pappagallo che grida “Uomo in mare! Uomo in mare!” sono tutte del creatore di Topolino, il geniale Walt Disney, che nell’autunno del 1928 non ha il tempo, e neppure i soldi in realtà, per trovare doppiatori capaci di reggere il ritmo della produzione di un cartoon. In occasione di questo compleanno tondo tondo abbiamo chiesto a Roberto Ormanni, che con la nostra casa editrice ha pubblicato il volume dal titolo IL CINEMA DI CARTONE (ANIMATO), una riflessione su questi primi 90 anni di avventure.
La più impegnativa battaglia di Topolino non è quella contro i cattivi e a sostegno della legalità della quale di fatto progressivamente Mickey Mouse è diventato simbolo per espresso desiderio iniziale del Presidente Roosevelt. Sono novant’anni che Topolino ha al suo servizio un esercito di avvocati, che può contare sulle generose casse della The Walt Disney Company per sostenere potenti lobbisti al Congresso e coprire le ingentissime spese necessarie ad assicurare la sopravvivenza della paternità del Topo più famoso nella storia dell’umanità. Una recente ricerca ha dimostrato statisticamente che Topolino è più conosciuto di Gesù. Mickey Mouse è nato sotto il segno di una disputa sulla proprietà intellettuale e da allora le leggi sul diritto d’autore lo accompagnano come una maledizione da cui difendersi e con la quale fare i conti.
Nell’estate del 1927 il produttore newyorkese Charles Mintz seppe che la Universal Pictures voleva investire nella neonata industria dell’animazione. Chiamò il suo gruppo di animatori della Laugh-O-Gram Films, guidati da un ragazzo poco più che ventenne di nome Walter Elias Disney che da tre anni gli forniva i cortometraggi ad animazione mista Alice Comedies ispirati alle avventure di Alice (per la quale fin da ragazzo Walt Disney aveva una sorta di fissazione), e chiese di lasciar perdere Alice per dedicarsi ad un nuovo personaggio da affidare alla distribuzione della Universal. “Basta che non sia un gatto” disse a Disney e al suo più stretto collaboratore Ubbe Eert Iwwerks nato ventisei anni prima a Kansas City da genitori emigrati dalla Bassa Sassonia.
Iwerks (per gli americani che trovavano il suo nome impronunciabile) e il suo coetaneo Walt Disney ci pensarono un po’ su e all’inizio di settembre del 1927 fece la sua prima apparizione un personaggio che ufficialmente era un coniglio, ma somigliava terribilmente ai gatti Felix e Crazy Cat che spadroneggiavano in quegli anni, il primo nei corti cinematografici e il secondo nei fumetti. In quel modo il coniglio, che fu battezzato Oswald, pur non avendo niente a che fare con i gatti, “scivolava” meglio nei gusti del pubblico. Le avventure di Oswald andarono avanti per quasi un quadrimestre. Poi, nel gennaio del 1928, Walt e Ub si presentarono a Mintz chiedendo un piccolo adeguamento dei compensi per il gruppo di lavoro. Il produttore non solo rifiutò, ma replicò a Walt che la cifra pattuita all’inizio andava ridotta e che se non gli stava bene poteva anche prendere le sue matite e andarsene. Ma Oswald sarebbe rimasto lì visto che la proprietà intellettuale del personaggio era stata registrata dalla Universal e lui, Charles Mintz, aveva stretto un accordo personale con tutto lo staff della Laugh-O-Gram Films. L’unico che non aveva partecipato alle trattative segrete era Ub Iwerks.
Disney e Iwerks se ne tornarono a Los Angeles con le pive nel sacco e la consapevolezza che se non si fossero fatti venire un’altra idea, sarebbero finiti alla mensa dei poveri perché tutte le risorse erano state impegnate nella produzione del coniglio Oswald.
Lilian, la moglie di Walt Disney, racconterà poi che le cose andarono così: nei tre giorni di treno necessari per tornare a Los Angeles da New York, Walt e Ub decisero che se si doveva dire basta ai gatti, allora quello che ci voleva davvero era un topo. Iwerks ne disegnò uno che in verità ricordava tantissimo il coniglio Oswald, solo che le orecchie erano tonde. Disney, fin dal viaggio in treno, approvò gli schizzi e stabilì che si sarebbe chiamato Mortimer come suo zio. Una volta giunti a casa, Lilian bocciò senza mezzi termini quel nome che trovava “polveroso” e impose un assai più trendy Mickey.
Il 15 maggio 1928, dopo un lavoro che produsse fino a 700 disegni al giorno, Walt Disney e Ub Iwerks presentarono in una proiezione privata la nascita di Mickey Mouse nel cortometraggio The Plane Crazy. Ma all’anagrafe Topolino venne iscritto il 18 novembre successivo con la proiezione al Colony Theater di New York del corto “Steamboat Willie”.
Da quando era finito nella trappola di Charles Mintz che gli aveva scippato il coniglio Oswald, Disney aveva giurato che non avrebbe lavorato per nessuno se non per se stesso senza cedere mai i diritti dei suoi personaggi. E questo giuramento ancora oggi è il chiodo fisso di Topolino.
La legge sul copyright in vigore nel 1928, il Copyright Act del 1909, concedeva a Topolino 56 anni di protezione. Già Roy Disney, fratello di Walt e amministratore degli Studio’s, poco prima di morire nel 1971 (Walt era morto già da cinque anni) si raccomandò di fare di tutto pur di non “liberare” Mickey Mouse. Topolino sarebbe dovuto diventare “pubblico” nel 1984, ma prima che ciò accadesse i dirigenti dell’azienda proprietaria del topo più ricco del mondo si precipitarono a Washington e misero in piedi una potentissima lobby che appoggiò una riforma del copyright: nel 1976 il Congresso approvò una nuova legge che, tra le altre cose, prevedeva per tutti i personaggi registrati dopo il 1922 una estensione della protezione fino a 75 anni dalla data di registrazione. Topolino era salvo fino al 2003.
Negli anni seguenti, però, alcuni “rivoluzionari” di un collettivo di autori fondato da Dan O’Neill creò il Mouse Liberation Front che chiedeva la revisione della legge, rivendicava il diritto di usare il personaggio per farne parodie e si fece citare in giudizio da…. Topolino per violazione del copyright e del trademark. La guerra giudiziaria andò avanti per anni, la Disney vinse ma avendo capito che non sarebbe mai riuscita a ricevere dal collettivo neanche un centesimo come risarcimento, lasciò perdere in cambio della promessa che O’Neill l’avrebbe finita lì con le parodie.
Tuttavia l’incubo ricorrente si ripresentò a Topolino nella seconda metà degli anni ’90 quando, per giunta, fu chiaro che di lì a poco, nel 2003, la Disney avrebbe perso i diritti anche su Pippo, Pluto e Paperino. Mickey Mouse in questo caso non ha badato a spese. Un comitato di raccolta fondi ha messo insieme alcune decine di milioni di dollari e Camera e Senato, senza udienze pubbliche hanno approvato nel 1998 una riforma registrata come Copyright Term Extension Act che però si è guadagnata il nickname di Mickey Mouse Protection Act. La legge concede a Topolino altri venti anni di vita “sotto protezione”. Ma il 2023 è ormai alle porte e Topolino, nonostante i suoi novant’anni è già al lavoro giorno e notte. Ne va del fatturato che, solo per Mickey Mouse, sfiora i 7 miliardi di dollari all’anno.
Roberto Ormanni

Lascia un commento