28/06/2024. “In tutto il collegio non esisteva uno specchio perché veniva considerato, anche per noi bambine, uno strumento di peccato – racconta Gioia Viola nel libro dal titolo Rincorrere la vita. Senza stancarsi di crescere a ogni età. Avevamo però scoperto che, con le serrande abbassate e i vetri chiusi, c’era la possibilità di vedere la nostra immagine riflessa. Un giorno, mentre ero in ammirazione di me stessa, mi investì una parola mai sentita prima: “Vanitosa”.
La vanità era un altro peccato che bisognava assolutamente confessare perché macchiava l’anima irrimediabilmente. Il terrorismo del peccato che macchia l’anima era sempre in agguato. Lì per lì quel rimprovero mi impressionò ma poi nella confessione colsi un sorriso indulgente del confessore che diede al peccato una gravità minore e mi liberò da quella vergogna esagerata, tanto che poi mi sentii libera di usare uno specchietto per guardarmi in modo più chiaro. Lo specchietto era di proprietà di una compagna che ce lo prestava velocemente con un gesto significativo di amicizia. Ma un giorno, proprio per colpa mia, lo specchietto fu sequestrato e mai più restituito. Pensavo al pavone che, nella magnificenza della sua coda aperta, la esibiva come strumento di conquista. Allora anche la natura peccava proprio con la sua bellezza!?”
Anni Trenta del Novecento, ricordi di una bambina che, avendo perso il papà, si trova a vivere in un collegio gli anni dell’infanzia e della giovinezza, con un’educazione e una disciplina mortificanti. Gioia Viola nel volume dal titolo Rincorrere la vita. Senza stancarsi di crescere a ogni età, ripercorrere le diverse stagioni di una lunga vita, rielaborando gioie e dolori per ricomprenderne il senso profondo, alla continua ricerca del Bene.

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