05/03/2026. “Alfonso abbassò il finestrino e si inebriò dell’odore di legno e vernice che gli fece sembrare tutto come un tempo, quando non era ancora dovuto partire, dopo tutti quei mesi in cui aveva avvertito il cuore battere tre volte più veloce e, così, bruciare i giorni per tre. Alfonso sapeva che quel portone fosse vivo, lo sentiva da quel respiro che esalava e che lui inspirava a narici larghe, trattenendo poi tutto in petto. Lo sapeva che fosse in grado di parlare come le persone, ma che solo in pochi potessero sentirlo, capirlo. Sì, specie quando si apriva, parlava, come gli aveva raccontato il nonno, la buonanima del nonno Alfonso. Tra gli adulti, nessuno si spiegava di come quel ragazzino di circa dieci anni potesse sapere tante cose di quel nonno mai conosciuto perché morto prima della sua nascita, che sin dall’uso della parola si era prodotto in
racconti di cose apprese inspiegabilmente”.
Il brano sopra riportato è tratto dal nuovo lavoro di Alfonso Reccia dal titolo Tantalo nell’alveare di ghiaccio composto da cinque racconti dallo stile imprevedibile e sperimentale.
La narrazione scorre tra iper-realismo, surrealismo, sarcasmo, pamphlet e sogni. I protagonisti, in maggioranza donne, ragazze inquiete, donne materne, nu criatur scetet, un “eroe” sui generis, nonne accoglienti e una baba magica, parlano tanti idiomi diversi, dialetti antichi e neo-lingue. Si uniscono al coro dei protagonisti dei cani parlanti, il tutto impregnato del potere sconfinato del sangue, umano, animale, immaginario, reale, purificatore.

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