Una riflessione sul movimento pacifista in Italia

30/10/2023. “Dai principali conflitti di portata internazionale fino agli scontri minori di interesse locale, le conclusioni che si possono trarre sono inequivocabilmente le stesse – scrive Alberto Zorloni nel libro dal titolo Pacifismo. Storia e analisi del caso italiano –: le guerre non servono a risolvere le situazioni e risultano controproducenti sia in termini di vite umane sia da un punto di vista economico, oltre che minare abnormemente la stabilità e lo sviluppo dei Paesi in cui si svolgono. Secondo uno studio realizzato nel 2021 dalla statunitense Brown University, la guerra al terrore intrapresa dopo l’11 settembre 2001 è costata agli Usa ottomila miliardi di dollari e ha causato più di 900mila morti, senza contare le vittime di denutrizione, malattie e mancato accesso all’assistenza medica che ne sono conseguite. Considerate non solo le spese enormi, ma anche e soprattutto la devastazione fisica, logistica, sanitaria, sociale, economica e geopolitica che tale strategia si e lasciata alle spalle, ci può essere una persona, dotata di un minimo di obiettività e buonsenso, che riesce a giustificarla?”.

Negli ultimi quattro decenni le istanze pacifiste in Italia hanno dato vita a molte iniziative. È però mancata la capacità di spiegare chiaramente all’opinione pubblica che la pace è sempre l’opzione migliore. In occasione dei conflitti succedutisi dagli anni Ottanta del Novecento a oggi, infatti, in tanti si sono rassegnati all’ineluttabilità della guerra, vista come l’unica via per risolvere, pur dolorosamente, situazioni di ingiustizia. Per correggere questa visione pericolosa e riuscire finalmente a parlare a un uditorio sempre più vasto è necessario che il pacifismo italiano faccia un salto di qualità, unendo le tante sigle che lo rappresentano così da conseguire un risultato di portata epocale, tale da mostrare inequivocabilmente che la nonviolenza funziona.

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