26/05/2020. Višegrad, Bosnia orientale, primavera del 1992. Dopo alcune settimane di occupazione e bombardamenti da parte dell’esercito regolare jugoslavo, ritiratosi il 19 maggio, la città viene sottoposta al controllo di un gruppo paramilitare guidato dai cugini Milan e Sredoje Lukić, che inaugurano un regime del terrore e dell’orrore. Il 26 maggio del 1992 gli amministratori serbo-bosniaci di Višegrad organizzano un convoglio per deportare i loro concittadini musulmani in Macedonia. Nei pressi di Bosanska Jagodina, diciassette uomini vengono fatti scendere e massacrati davanti a tutti gli altri. I loro resti, sepolti in una fossa comune, tornano alla luce solo nel 2006. Si suppone che l’eccidio sia stato realizzato dal gruppo paramilitare delle Aquile bianche, il cui referente principale era Milan Lukić e la cui esistenza era ben nota all’esercito regolare.
In pochi mesi la pulizia etnica ai danni dei musulmani-bosniaci – che costituivano il 63 per cento della popolazione locale – viene portata a termine con operazioni di rastrellamento, deportazioni, omicidi di massa e persino attraverso la combustione, in almeno due casi, di decine di civili all’interno di case private. Circa tremila persone vengono uccise e fatte scomparire.
Lo stupro etnico ai danni di donne, bambini e uomini diviene pratica comune.
Il fiume Drina, mirabilmente cantato dal premio Nobel per la letteratura Ivo Andrić, diviene la più grande fossa comune di quella guerra.
“Višegrad. L’odio, la morte, l’oblio” reportage scritto sul campo dal giornalista Luca Leone racconta le vicende, raccoglie le testimonianze di tutte le parti e fa il punto sull’episodio che ha rappresentato la prova generale di ciò che sarebbe accaduto tra il 1992 e il 1995 a Srebrenica, Prijedor, Foča e in altri luoghi passati alla storia per la crudeltà degli eventi verificatisi.

Lascia un commento