Il “Passo della Morte”, un punto caldo del confine tra Italia e Francia
On Gennaio 18, 2019 | 0 Comments

17.01.2019. “Sul finire del giugno 2018, mentre attraverso il ponte San Luigi, mi capita di assistere a una scena che lascia con il fiato sospeso le decine di persone che, assieme ai pompieri giunti da Ventimiglia, cercano di scorgere, tra i magri cespugli dei quali è cosparsa la parete rocciosa prospiciente, un migrante scivolato dal beà de Bedin, il minuscolo canale che funge da sentiero ai più disperati. […]. Resta fermo accanto a un cespuglio, senza dare segni di vita. Un pompiere italiano riesce a spingersi sul beà, arrivando proprio sopra di lui. Non può, però, fare nulla se non cercare di rassicurarlo. Lo stallo viene sbloccato da un elicottero francese sotto il quale pendola un pompiere sospeso a una fune. Con gran strepito, il veicolo si insinua tre le due pareti del vallone e prende a scendere con molta lentezza, ravvicinando l’uomo alla persona caduta. […]. In pochi minuti, il migrante viene imbracato e trasportato sul ponte. Mi avvicino. È un ragazzone di colore che sembra uscito da una squadra di rugby. Dirigendosi verso gli uffici della polizia francese, cammina zoppicando, ma sprizza gioia da tutti i pori.”

Questa è una delle tante storie che lo storico e scrittore Enzo Barnabà racconta, accompagnato dai dipinti di Vivian Trentin, ne “Il Passo della Morte. Storie e immagini di passaggio lungo la frontiera tra Italia e Francia”. Un’opera che, tra storia e reportage, mescola con grande maestria le speranze e le paure di coloro che attraversano la frontiera tra Ventimiglia e Mentone. Lì, a strapiombo sul mare, c’è un sentiero strettissimo e poco conosciuto chiamato “Passo della Morte”, che in poche ore permette di oltrepassare il confine e arrivare in Francia, eludendo i controlli di polizia. Si tratta di un tragitto pericoloso, che spesso, nel corso della storia, ha condotto alla morte chi vi si avventurava per fuggire dalla fame e dalla guerra. Un tempo erano gli ebrei, i renitenti alla leva o i perseguitati politici. Oggi sono per lo più i migranti – soprattutto africani – ad avventurarsi tra boschi e montagne.

Nel 2018 in Italia sono state presentate oltre 30mila richieste d’asilo, ma le commissioni territoriali ne hanno esaminate meno della metà: secondo un recente articolo di Repubblica, sarebbero necessari almeno mille giorni per ottenere l’esame della domanda d’asilo nel nostro Paese. Mille giorni, quasi tre anni, senza conoscere il proprio destino, in una terra che la maggior parte delle volte rappresenta una sala d’attesa dove riprendere il fiato in seguito a un viaggio iniziato tempo prima e che di solito si conclude in altri Paesi dell’Unione europea.

E mentre migliaia di persone continuano ad attraversare il Mediterraneo e la burocrazia ingolfa la macchina dell’accoglienza, aumentano i tentativi dei migranti di fuggire dai centri d’accoglienza italiani in cerca di una vita più dignitosa in un altro paese. Ma non sempre ce la fanno: “chi riesce a oltrepassare la frontiera, il più delle volte viene ripescato e rispedito in Italia – scrive Enzo Barnabà – in una sorta di inutile gioco dell’oca poiché chi viene preso in territorio francese è accompagnato a Ponte San Luigi dove un pullman lo riporterà alla casella di partenza, in quell’Italia meridionale in cui era sbarcato e dalla quale ripartirà appena possibile.”

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