La vita quotidiana nel campo di Moria a Lesbo, in “Al-amal. Nel campi greci con i profughi siriani” di Anna Clementi
On Ottobre 4, 2019 | 0 Comments

04/10/2019. L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha rivolto nei giorni scorsi un appello alla Grecia affinché trasferisca con urgenza migliaia di richiedenti asilo fuori dai centri di accoglienza pericolosamente sovraffollati delle isole egee. 10.258 persone sono arrivate via mare solo nel mese di settembre scorso – la cifra mensile più elevata dal 2016 – aggravando le condizioni umanitarie sulle isole che attualmente accolgono 30.000 richiedenti asilo.

A Lesbo, Samo e Cos la situazione è critica. Il centro di accoglienza di Moria, a Lesbo, ospita già 12.600 persone, un numero cinque volte superiore alla propria capacità. In un insediamento informale nelle vicinanze, 100 persone sono costrette a condividere un solo bagno. Le tensioni restano alte a Moria, dove, domenica, in un incendio divampato in un container utilizzato per alloggiare le persone ha perso la vita una donna. Una rivolta lanciata in seguito per la frustrazione dai richiedenti asilo ha portato al verificarsi di scontri con le forze di polizia.

Prendiamo spunto da questi dati per calarci nella realtà quotidiana della vita a Moria, grazie alle testimonianze raccolte da Anna Clementi in Al-amal. Nei campi greci con i profughi siriani e a un episodio ricorrente nel campo di Moria.

“Il giovedì a Moria era un giorno speciale. “In tutto il mondo si celebra la Giornata internazionale della donna, del bambino, del rifugiato. Qui a Moria invece ogni giovedì festeggiamo la giornata internazionale del pomodoro”, scherzava Abu Ahmad mentre gli amici si avviavano veloci verso la distribuzione settimanale di cibo. Ogni giovedì, in attesa della consegna dei pomodori Abu Ahmad si metteva sopra una piccola collina ai margini del campo e osservava l’umiliazione a cui gli abitanti di Moria venivano sottoposti nella lotta fratricida per il cibo. La scena si ripeteva uguale ogni settimana: alle due del pomeriggio le persone iniziavano a mettersi in coda in modo disordinato, tra le inferriate, come animali in gabbia, e col progressivo addensarsi della folla cominciavano a urlare e a spingersi uno sull’altro per difendere la posizione conquistata nella fila. A pochi metri di distanza c’erano i poliziotti, muniti di scudi antisommossa e di manganelli, a monitorare l’area e a delimitare lo spazio di movimento. All’arrivo dei pulmini carichi di cibo, la situazione, all’improvviso, si trasformava: alcuni uomini arrivati all’ultimo momento si arrampicavano lungo le inferriate e si calavano dall’alto per aggiudicarsi la propria porzione. Altri tentavano di entrare dall’uscita e venivano spinti fuori a calci e pugni da chi attendeva da ore. Puntualmente scoppiava una rissa per chi aveva diritto a prendere per primo i pomodori. La polizia interveniva, picchiando con violenza, a suon di manganelli, chi aveva preso parte agli scontri e poi ritornava nella stessa posizione di pochi minuti prima, attendendo lo scoppio della rissa successiva. Pochi metri più in là, non lontano da Abu Ahmad, donne e bambini osservavano tranquilli la scena, ormai parte della loro quotidianità.

Ogni giovedi, Samir, Abu Ahmad, Mohannad e Abu Ibrahim non potevano nascondere a se stessi il senso di profonda umiliazione e impotenza che sentivano nascere nel proprio animo. Provavano disprezzo e disgusto per un sistema che al posto di trattarli con dignità e fornire loro gli strumenti per cucinare e renderli soggetti attivi, li costringeva al ruolo di vittime e di bisognosi. Ma Abu Ahmad sapeva bene che i pomodori – ingrediente base della cucina mediorientale, che in Siria si compravano a casse – a Moria non se li sarebbe potuti permettere. E che senza la moglie, che ogni giovedì assieme alle figlie si metteva in coda, paziente, nell’area riservata alle donne, anche lui sarebbe stato una di quelle centinaia di puntini che si spingevano uno contro l’altro per aggiudicarsi una manciata di pomodori”.

Abu Ahmad, Samir, Umm Ibrahim e Mohannad, in fuga dalla guerra siriana, si sono conosciuti nel campo profughi di Moria, nell’isola greca di Lesbo, dove, con forza, ironia, fatica e umiliazioni, condividono l’obbligata quotidianità del campo in un intreccio di attesa e di disillusione. Oltre che di speranza, al-amal in arabo, come il titolo di questo libro. Attraverso la loro vicenda, dalla Siria distrutta dalla guerra all’Europa che respinge chi le chiede aiuto, il libro descrive la vita di tutti i giorni nei campi profughi della Grecia e ripercorre i principali cambiamenti in materia d’immigrazione avvenuti lungo la rotta balcanica dal 2015 a oggi.

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