04/08/2023. “Gli uccelli notturni, eccitati dalla Luna piena, riempivano la notte di versi. Rotti da un grido terrificante. E riconobbi la cabra besula, un rapace notturno delle mie parti. Mi vennero in mente le storie della nonna: ci raccontava che la cabra besula era uccello e anche caprone dagli occhi di fuoco, il Demonio in persona, abile nelle sue trasformazioni. Da caprone, attaccava i pastori e succhiava loro il sangue, fino a ucciderli. Da uccello, si intrufolava nella lana delle capre in cerca di insetti, poi succhiava loro il latte fino a renderle cieche. A stare dietro a quei pensieri c’era di che tornare indietro, ma io proseguii.
Buio pesto nell’angolo degli esclusi. Avevo portato con me la pila che mia madre aveva pensato bene di mettere in valigia e andai dritto all’ultima tomba, raccolsi la pietra e la portai via con me. Proprio in quel momento, gli uccelli tacquero e il silenzio divenne pesante e crudele. Appena fui in casa, alla luce, appoggiai la pietra sul tavolo di cucina.
Non era più anonima. Ora aveva un nome: Giovanni S., 1910-1953”.
Il brano sopra riportato è tratto dal romanzo Fine dei giochi di Paolo Vatta, ambientato negli anni Cinquanta quando un giovane prete parte dal nord per arrivare nella lontana Puglia per il suo primo incarico da religioso: sostituire l’anziano parroco che, dopo tanti anni, è venuto a mancare. Questa, almeno, la versione ufficiale.
Il giovane prete scoprirà – in un crescendo di pathos e colpi di scena – che il paese dove è stato destinato pare senza tempo, completamente isolato e abitato da donne e uomini per nulla timorati di Dio, uniti in un segreto che esclude e uccide, dediti a un gioco strano e crudele che si consuma nello scantinato di un vecchio bar.

Lascia un commento