03/03/2022. “La guerra ci è capitata per caso o c’erano degli indizi di cui non ci siamo accorti? Forse non siamo riusciti a individuare le cause che l’hanno generata? E se non siamo stati capaci di vederle, saremo allora veramente così intelligenti come crediamo di essere?
Sapevamo tutto quello che c’era da sapere sulla guerra. Dal canto loro, anche quegli altri sapevano tutto. Tutti noi sapevamo tutto – e che cazzo! – e allora come abbiamo potuto, dotati di una tale conoscenza, impiegare quel nostro massimo sapere nella distruzione reciproca?”
In questi giorni in cui il mondo intero si trova fragile e indifeso, quando le dichiarazioni di principio e i diritti umani non hanno alcun valore, vogliamo portare l’attenzione sul tema della guerra con questo breve brano, tratto dal fortunatissimo romanzo Il paziente della stanza 19 di Zoran Žmirić ora tradotto in italiano da Anita Vuco nella nuova collana Mansarda. In un lungo monologo narrativo il protagonista Vanja Kovačević davanti allo psichiatra rievoca il suo diciannovesimo compleanno, quando come regalo si trovò tra le mani un fucile, per toccare molti punti chiave della sua infanzia, della crescita, della guerra, della paternità, della sopravvivenza e delle uccisioni. Ed è proprio quel contrasto tra le terrificanti confessioni del Vanja soldato e i teneri ricordi del Vanja dei tempi pre-bellici a mettere in evidenza un intero universo di possibilità che gli sono state tolte per sempre. Come in una sorta di macchina del tempo, Vanja ripercorre quella stessa vita che è cosciente di non poter mai più riavere. Questo dolore di una giovinezza rubata lamentata dal paziente è considerato da molti tra le pagine più struggenti della letteratura croata contemporanea.

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