16/02/2022. “L’uomo non è consapevole di avere la capacità di riconoscere la bellezza anche nelle situazioni più buie. Così come non possiede la consapevolezza di essere in grado di abituarsi a tutto. Oppure che col tempo può cambiare ogni abitudine. Io, ad esempio, non mi sono mai fermato per dare un passaggio agli autostoppisti. Poi, di punto in bianco, ho iniziato a farlo. Il primo a cui ho dato un passaggio era un mio amico dei tempi della scuola che non vedevo ormai da un pezzo. Per un po’ di tempo ho continuato a incontrarlo spesso e ogni volta che gli chiedevo cosa ci fosse di nuovo, si lamentava di suo figlio. Diceva che… è pigro, non ha voglia di studiare, di giorno si rotola sul divano, di notte va in giro, torna a casa all’alba, dorme fino a mezzogiorno”.
Il brano sopra riportato è tratto dal fortunatissimo romanzo Il paziente della stanza 19 di Zoran Žmirić ora tradotto in italiano da Anita Vuco nella nuova collana Mansarda. In un lungo monologo narrativo il protagonista Vanja Kovačević davanti allo psichiatra rievoca il suo diciannovesimo compleanno, quando come regalo si trovò tra le mani un fucile, per toccare molti punti chiave della sua infanzia, della crescita, della guerra, della paternità, della sopravvivenza e delle uccisioni. Ed è proprio quel contrasto tra le terrificanti confessioni del Vanja soldato e i teneri ricordi del Vanja dei tempi pre-bellici a mettere in evidenza un intero universo di possibilità che gli sono state tolte per sempre. Come in una sorta di macchina del tempo, Vanja ripercorre quella stessa vita che è cosciente di non poter mai più riavere. Questo dolore di una giovinezza rubata lamentata dal paziente è considerato da molti tra le pagine più struggenti della letteratura croata contemporanea.

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